giugno 2011

quadrimestrale di cinema, cultura e altro... ©

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Reg.1757 (PD 20/08/01)

Ancora un numero doppio, ancora un'ammissione di irrisolte difficoltà redazionali... Lo staff di MCmagazine continua ad essere no-profit e quale più sincera testimonianza di volontariato il non trovare forze e risorse per arrivare puntuali alla scadenza di edizione? Croce e delizia del no-profit! Nessuna imposizione editoriale. Ma anche molti, troppi ritardi per arrivare a mettere in rete pagine che abbiano una loro logica e dignità.  Ora comunque il risultato ci sembra all'altezza e il mix di cinema e cultura che caratterizza la testata trova gli abituali punti di riferimento nei festival di Torino, Bergamo, Udine e, al di là delle "nostre" parentesi patavine, nella celebrazione, anche filmica, di questo benedetto centenario.

 


Ad ogni autunno, nella ormai classica cornice di Palazzo Zabarella, a Padova la Fondazione Bano e la Fondazione Antonveneta, propongono una mostra memorabile. di sapore eccezionale [anche per il prossimo - e l’aspettativa è grande – i veri cultori ed appassionati d’arte non rimarranno delusi, visto che il tema particolarmente sfizioso sarà Simbolismo in Italia…] E quella offerta al pubblico da ottobre 2010 a febbraio 2011 non ha tradito le aspettative visto che è stata, tra l’altro, la prima rassegna a prendere in considerazione il ritratto nell'àmbito di tutto l’Ottocento italiano. Una grande peculiarità l’ha distinta: per la prima volta son stati messi a confronto ritratti dipinti e ritratti in scultura, mettendo in rilievo le affinità e le profonde differenze tra le due tecniche. Tra i dipinti molti inediti, o mai visti, di pittori importanti, come Appiani, Hayez, Piccio, Signorini, Corcos, Modigliani. E poi il ritratto come scavo psicologico, anche del sé, da parte dell’artista. Come affermava Oscar Wilde : “…ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell’artista, non del modello. Il modello non è che il pretesto, l’occasione. Non è lui che viene rivelato dal pittore, ma piuttosto il pittore che sulla tela dipinta rivela se stesso”.
Antonio Canova - Busto di Napoleone Bonaparte Primo console, 1802Amedeo Modigliani- Ritratto di Hanka Zborowska, 1917

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Di anno in anno ogni festival dedicato alla settima arte cerca di organizzare, proporre e riflettere, più o meno parzialmente, la condizione attuale della produzione cinematografica. Grazie ai festival è possibile guardare il cinema senza vincoli geografici ed elaborare un’idea più complessa e stratificata sulle forme che permettono al cinema di manifestarsi come complesso sistema di comunicazione e sintesi della ricerca visiva ed estetica del presente appena trascorso. Molti fattori determinano poi la riuscita e la graduale importanza o riconoscimento di un festival di fronte agli altri eventi della stessa natura. E il Torino Film Festival incarna di certo, nella sua proposta chiara e coerente fin dal principio, e allo stesso tempo amalgama sapido e saziante di percorsi e realtà difformi ma ugualmente necessari, una possibilità di osservazione irrinunciabile sul cinema, perché di rado, così come avviene in questo festival, si ha la sensazione di poter assistere in ogni momento ad una rivelazione, o anche alla semplice intuizione di quanto ancora si possa raccontare e soprattutto, quanto si possa imparare da ciò che è già stato raccontato.
Arrivato alla ventottesima edizione, nonché la seconda sotto la direzione artistica di Gianni Amelio ( “Il direttore di un festival alla seconda esperienza può cadere nella trappola di volere di tutto e di più...”) anche quest’anno la rassegna torinese è riuscita a incanalare nelle numerose sezioni, opere e autori che - come spesso capita, a conti fatti - meriterebbero più di uno sguardo critico.

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Ci sono notizie che fuggono veloci, ci sono lutti culturali su cui non ci si sofferma abbastanza.
Per alcuni di noi, cresciuti confidando che la televisione di stato fosse un approdo mediatico di riflessione e approfondimento e che il giornalismo potesse non trascurare mai l'arguzia e gli stimoli intellettuali necessari a confrontarci con la quotidianità, la figura di
Beniamino Placido resta un punto di riferimento, una personalità che ha saputo lasciare un segno distintivo dovunque sia passato.
Basta riandare alla sua presenza sul palinsesto RAI con 16 e 35 (un occhio critico sul cinema intriso di "americana universalità") e ai suoi impagabili interventi su la Repubblica, stabilizzatisi per alcuni anni nella rubrica A parer mio, poi in Nautilus... Ad ormai un anno dalla sua scomparsa (Cambridge, 6 gennaio 2010) vogliamo ricordarlo per quella che crediamo fosse una delle sue
caratteristiche migliori, la capacità di tradurre in un linguaggio "popolare" concetti di vitale complessità. In tal senso il nostro coccodrillo postumo pesca a piene mani da un suo magistrale articolo sulla divulgazione del 1982. Un breve saggio in cui, come sempre, Placido si diletta in citazioni e divagazioni, ma in cui non perde mai di vista l'obiettivo principe del suo intervento. Far percepire a chiunque, cattedrattico e non, la feconda propulsione di una corretta azione divulgativa. (
e.l)

la Repubblica - aprile 1982

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CINEMA E RISORGIMENTO

Cristina Menegolli

A fronte dei più di 1500 film, per lo più western, che raccontano l’epopea della nascita della nazione americana, al Risorgimento italiano sono stati dedicati complessivamente 136 film di cui 61 nell’epoca del muto e soltanto 75 dall’avvento del sonoro.
I dati numerici testimoniano in modo evidente il fatto che questo periodo cruciale nella storia d’Italia, pur offrendo un’infinità di spunti narrativi oltre che politico-sociologici, non ha mai goduto di grande popolarità nella cinematografia italiana, soprattutto negli ultimi trentanni. Tant'è che nel 2002 il presidente Ciampi lanciò un appello ai registi italiani, invitandoli a girare dei film per il 150° anniversario dell’Unità. Appello accolto soltanto da Mario Martone con Noi credevamo, presentato alla Mostra di Venezia e da Davide Ferrario, che sta realizzando un documentario, che da Bergamo alla Sicilia ripercorre l’itinerario dei Mille per sondare quel che resta di quella impresa nella memoria storica degli Italiani.

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OCCHI DI RAGAZZA
al XXIX BERGAMO FILM MEETING

“La strada verso noi stessi passa solo attraverso l’altro…”

Maria Cristina Nascosi Sandri

La frase del sottotitolo, proferita da B. Pawica e J. Szoda, autori a quattro mani di The Miracle Seller, opera vincitrice dell’ultimo Bergamo Film Meeting, pare attagliarsi, seppur mutatis mutandis ad un po' tutto il grande lavoro svolto in questi "rimi 29 anni" della manifestazione.

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in rete dal 12 luglio 2011

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