Tra lo strapotere del
cinema USA due pellicole-record come
Toy Story
e Goodbye Mr. Holland (quasi a quota 200 milioni di dollari il
primo, un'inaspettata settimana in vetta alle classifiche per il secondo)
si fronteggiano quali esemplari di un cinema tutto tecnologia&divertimento
(futuribile) contrapposto ad un cinema di uomini&valori (datato?).
La dicotomia è ancora più evidente per l'impianto limpidamente suggestivo,
in una direzione e nell'altra, su cui le rispettive "aziende autoriali"
(lasciateci chiamarle così) hanno voluto puntare.
Toy Story
è folgorante nella sua concretezza
digitale: non ci sono né cartoni animati, né pupazzi, né tanto meno
interpreti in carne ed ossa, ma la tridimensionalità dell'immagine è
garantita dall'elaborazione elettronica e la stesura dell'impianto scenico
è così scoppiettante di vitalità narrativa da farci subito accettare
di buon grado che umani e giocattoli abbiano la stesso imprinting visivo
computerizzato. Anche perché altrimenti come avrebbe potuto John
Lasseter, con i suoi sceneggiatori (tra cui figura anche Joel Coen),
invischiarci, con amabile credibilità, in questa rutilante avventura...
Tutt'altro tono filmico quello di Goodbye Mr.
Holland, che ha spirito e ritmi d'altri tempi, un sapore nostalgico
e un impatto empatico fin troppo mirati. D'altronde lui è un "morbidoso"
Richard Dreyfuss, professore di musica in una high-school di provincia, che vive tutte
le fasi canoniche del fascino (schermico) della docenza: l'iniziale
snobismo del ruolo, la sintonia progressiva con i giovani e le loro
esigenze, il carisma personale che lo trasforma negli anni in punto
di riferimento per studenti e colleghi. Aggiungete che la sua carriera
umana ed artistica (le velleità di autore musicale non lo abbandonano)
scorre attraverso trent'anni di storia americana, che c'è posto per
il dramma familiare (un figlio sordo!) e per quello epocale (il Vietnam,
la morte di John Lennon), che il calore della famiglia e dei valori
morali pervade ogni fotogramma ed ogni nota, che il concerto d'addio
che accompagna Mr. Holland alle soglie della pensione è programmato
per una commossa retorica dei buoni sentimenti... Due successi consacrati
(anche se il secondo non previsto) dalla perfetta consonanza, contrapposta
ma complementare, con la filosofia vincente dell'american-way of life,
fatta di calore umano, di musicalità poetica da una parte, di tecnologia
iperbolica, di divertimento elettrizzante dall'altra. Se a Mr. Holland
dobbiamo un tributo nostalgico di commozione ma pure un indiscusso fastidio
per l'iterata melensaggine, per Toy
Story l'adesione non può essere che incondizionata.
Il cinema di fine millennio, Bigelow permettendo (non perdetevi
Strange Days, se ancora
in programmazione), è fatto anche di virtualità rasserenante, per i
palati di tutte le età. Con buona pace delle smenate romantiche di Pocahontas e dell'impasse della vecchia Disney-division.
e.l. Terza Pagina marzo 96
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