aprile-maggio-giugno
luglio 2008

trimestrale di cinema, cultura e altro...

n° 23
Reg.1757 (PD 20/08/01)

pag. 5

Con una certa disinvoltura, già prima di possedere - e supponendo fiduciosamente che questo possa accadere - la consapevolezza della portata di un fatto - e nello specifico, ovviamente, questo fatto, che, come è solito nella musica, è sempre preannunciato - si è soliti intraprendere un percorso creativo di fantasie, aspettative, ricordi e rimandi inevitabili (ma non per questo deprecabili) che, altrettanto inesorabilmente, diventano la materia (seppur fantasmatica) dell’ascolto. Ancora più poderosi di un filtro, questi elementi, nella loro libertà operativa, si impongono come soggetti, come vacui feticci interpolativi, come appigli ingenuamente fidati, come assidue certezze, tra la purezza dell’orecchio e la corruzione della mente. È così quindi che nascono opinioni, scritte o solo dette (perché sull’arte ognuno si sente legittimato a dire sempre qualcosa, eludendo forse così la possibilità di qualunque appagamento), che non trovano una collocazione né sul piano dell’elaborazione né su quello dei sentimenti. È bene, dunque, prima di tutto, accettare le digressioni di cui siamo fautori, realizzare quanto velocemente il tempo muti le cose nonostante l’apparente immobilità, e regredire nella sensibilità a uno stato di fanciullezza. Chi più del fanciullo riesce ad ascoltare i bisogni e le necessità, a osservare con stupore, a raccontare candidamente? I Portishead sono da sempre creature dotate di queste peculiarità. E con questa consapevolezza non potrebbero mai perdersi in percorsi autocelebrativi che condurrebbero solamente alla decadenza spirituale. Il rigore della visione è imprescindibile: la loro manifestazione è frutto di una necessità, di dire e porre nuove basi di elaborazione del suono (e in un certo senso quindi anche concettuali); un’incombenza ontologica, che richiede tempo per trovare la giusta espressione, lontana da meccanismi commerciali.
Non c’è da meravigliarsi quindi che questo disco arrivi anarchicamente dopo tanti anni dal precedente. E si chiami, essenzialmente e comprensibilmente,
Third. Nessuna intenzione così di cancellare il passato, anche perché lo stile, l’innovazione, l’intelligenza, la sorpresa, la sobrietà, l’accuratezza, non sono smarriti e l’ascolto dell’opera ne ribadisce incessantemente questo assunto. È l’aggiunta di un nuovo pilastro nell’evoluzione del sistema musicale, un incipit rinnovato per tanta nuova ispirazione, a riaffermare ancora una volta come la loro musica non rimanga ancorata a un tempo e a una moda. Anche in questo senso deve consolidarsi oramai la cognizione della fine dell’appartenenza a una nomenclatura fin troppo abusata come quella del trip-hop da parte di quegli autori e fondatori della scena di Bristol. Per ognuno di loro, curiosamente, quest’anno, in sequenza, come se stesse accadendo qualcosa di impercepibile, si attendono i nuovi lavori. Ma in questa attesa, e con tale interrogativo, non rimane che godere e riascoltare senza riserve Third
. Un disco che da subito impone l’esigenza di unità, dove ogni scelta formale acquisisce un senso, nella disposizione, nell’inizio e nella fine, nella durata, nella ripetizione, nell’interruzione e nella ripresa. Un’unità però che sul piano dell’espressione gode di più strati: là dove, nell’insieme dei brani, si intuisce un progetto complesso e concreto, nella realizzazione degli stessi, nel loro essere forma, musica e parole, è evidente la loro minuziosa e sorprendente diversità. 
Un’ora di ascolto divisa in undici tracce - ancora una volta, come è sempre stato, torna il numero identificativo di ogni loro tracklist - in cui davvero accade di tutto prima che la nostra coscienza prenda atto dello scarto che ci divide da quella forma di genialità. E la cifra costante dell’enigma dell’incedere musicale dei
Portishead è da subito riavvisabile in quella breve lezione in portoghese (Esteja alerta para a regra dos 3...) che sancisce il nostro ascolto e l’inizio di Silence. Ecco dunque basso, batteria e chitarra secchi e incessanti in riverente dialogo con la voce di Beth, atmosfera da noir metropolitano e una fine che non esiste, labile e drammatica come quella dei film dei fratelli Dardennefilm precedente in archivio. È solo l’inizio. C’è tempo per scandagliare abissi e sommità di rimembranze e passioni con Hunter e Nylon Smile, i ritmi si intersecano variabili e mutevoli e i suoni si aggiungono e arrivano sempre abbaglia(n)ti di luce scura, ambigua e inaspettata, dall’esito immobilizzante per ogni tentativo esplicativo: I can’t say nothing good / Nothing is so bad / I never had the chance to explain exactly what I meant. C’è tempo per la delicatezza e la sublimità e la magica armonia di The Rip, l’inquietudine disturbante di Plastic, che preannuncia la rivolta di We Carry On, dalla base paranoica e alienante, momento di perdizione estrema e scatenante, da fossilizzare il battito cardiaco nella sua incessante compulsione. C’è tempo per un malinconico e tenero respiro acustico dai sentori blues con Deep Water, prima della inesorabilità della drum machine di Machine Gun, e dell’elettronica di Small, esemplari di cupezza e psichedelia che sperimentano nuove traiettorie dell’udito. C’è tempo per il compromesso e la convivenza con la ritrovata melodia in Magic Doors, e la finale sospensione lynchiana di Threads, che certifica in maniera indelebile l’impossibilità di qualunque risposta ai nostri dubbi: What do I know? And how do I go? I’m always so unsure.
Una spinta sperimentatrice e innovatrice invade questi brani. Non è più tempo di campionamenti, sonorità lo-fi e scratch. Nessun autoreferenzialismo. Bastano l’orchestrazione sapiente di batteria, chitarra, basso, elettronica pungente e minimale, e la voce, che non smette mai di stupire e impressionare per quali evoluzioni sia in grado di mostrarci. Si percepisce la sofferenza, l’intensità del complesso processo creativo, l’assoluta necessità di compiersi. Perché siamo di fronte, o meglio, dentro, a un mutamento di cui è difficile ancora comprendere il peso. Un punto di vista di cui non si potrà più fare a meno, la cui bellezza va al di là dell’estasi estetica tanto da divenire obbligo.

Alessandro Tognolo