giugno 2022

periodico di cinema, cultura e altro... ©
 

n° 72
Reg.1757 (PD 20/08/01)

 
 
 

FAR EAST FILM FESTIVAL 24

 

Udine 22-30 Aprile 2022

Una scommessa non facile quella degli organizzatori di questa ventiquattresima edizione del festival del cinema orientale di Udine. Decisamente vinta però, considerati i numeri più che positivi dei partecipanti (quarantamila spettatori) e la qualità dei film proposti.
“Alla pandemia s’è aggiunta la guerra, far volare centinaia di ospiti dall’altra parte del globo a qui non è stato il più semplice dei problemi”, spiega Sabrina Baracetti, inoltre “abbiamo avuto più difficoltà a scegliere i film, ci siamo fidati dell’istinto: vederli sul computer non ha lo stesso effetto del grande schermo”. Dopo un’edizione completamente digitale (2020) e un’edizione condivisa tra il pubblico dello streaming e quello del Visionario (2021), il
FEFF è tornato finalmente nella sua forma originaria con le proiezioni al Teatro Giovanni da Udine e al Visionario, che ha ospitato le sezioni speciali (Visions of Manila, The Odd Couples, Best of the Best), avvalendosi di un sistema di prenotazioni che ha evitato le file e gli assembramenti degli anni precedenti. 72 film (13 anteprime mondiali, 18 internazionali, 11 europee e 13 italiane) di cui 42 in concorso, 10 le cinematografie asiatiche rappresentate, 15 i paesi coinvolti (tra cui, novità assoluta, anche il nostro paese con The Italian Recipe, una coproduzione Italia-Cina).

Nonostante la presenza di una settantina di ospiti orientali, rispetto alle passate edizioni sono mancate le vere e proprie star e l'attesa presenza di Takeshi Kitano ha deluso all'ultimo momento le aspettative del pubblico dei suoi fan, che si sono dovuti accontentare della consegna via streaming del Gelso d'oro alla carriera.
D'altra parte i disagi con cui i coraggiosi organizzatori del
FEFF e i loro ospiti hanno dovuto fare i conti sono tantissimi, basti pensare che i Cinesi che tornano in patria devono affrontare una quarantena di tre settimane, nelle Filippine le sale sono chiuse da due anni e anche in Corea si aspettano tempi migliori per lanciare i blockbuster, tanto che il film Confession è arrivato al Far East senza mai aver fatto un'uscita in patria. Ciononostante si può affermare che la macchina organizzativa ha funzionato perfettamente e la qualità dei film proposti ha trovato una conferma nell'entusiasmo del pubblico.

Proprio il pubblico – secondo una tradizione che risale al primissimo FEFF – ha decretato la vittoria della Corea del Sud, premiando con il Gelso d’Oro MIRACLE: LETTERS TO THE PRESIDENT di Lee Jang-hoon, un inno al potere dei sogni, che racconta la storia di uno studente prodigio di matematica, che lotta per avere ad ogni costo una stazione, nel paesino della campagna coreana in cui vive, che è attraversato dai binari, ma non ha una ferrovia.

Al secondo posto del podio si è invece piazzata la Cina con il film rivelazione del festival di Berlino RETURN TO DUST di Li Ruijun, che, attraverso i silenzi e i ritmi contadini della Cina rurale, narra una storia d'amore nata da un matrimonio combinato. Al terzo posto l’esilarante TOO COOL TO KILL di Xing Wenxiong, storia di un attore da strapazzo, che viene ingaggiato come protagonista in un gangster movie.

Anche gli accreditati Black Dragon hanno incoronato RETURN TO DUST, mentre gli spettatori di Mymovies hanno scelto il sudcoreano KINGMAKER di Byun Sung-hyun, sulle dinamiche elettorali della Corea degli anni 70. I giurati della sezione Opere Prime (i Manetti Bros. e Vanja Kaludjercic, direttrice del Festival di Rotterdam) hanno poi confermato l’entusiasmo generale per TOO COOL TO KILL, assegnandogli il Gelso Bianco, mentre il Gelso per la Miglior Sceneggiatura – novità di quest’anno – è andato alla commedia romantica LOVE NONETHELESS di Jojo Hideo, un gioco di scambi e di equivoci tra alcuni adolescenti di Tokio.



Le premiazioni hanno confermato l'orientamento della giuria popolare, che si era manifestato anche nelle passate edizioni, oscillante tra la predilezione per i temi più sentimentali e quella per il filone più demenziale. Peccato che il bel film del tailandese Baz Poonpiriya
ONE FOR THE ROAD, un road movie, che affronta il tema della morte e dell'amicizia, attraverso una sceneggiatura che nulla concede al patetico o al banale, non abbia avuto un riconoscimento.

Inutile dire che uno dei pezzi forti in cartellone era la versione restaurata dello splendido film di Takashi Miike AUDITION, che, a distanza di 23 anni, conserva intatta la sua carica disturbante frutto di una perfetta corrispondenza tra la storia narrata e il modo in cui Takashi la racconta, sottolineando il passaggio da una situazione apparentemente banale a una dimensione da incubo attraverso raccordi sbagliati, cambi improvvisi di prospettive, ribaltamenti di campo.
Uno spazio particolare ha avuto quest'anno il cinema filippino, che il
FEFF ha avuto il merito di far conoscere in Italia nel corso delle sue varie edizioni. Oltre ai film in concorso, Leonor will never die di Martika Escobar, una favola metalinguistica che ruota attorno alla figura di una anziana regista di action movie, un po' pasticciato e pretenzioso, Reroute di Lawrence Fajardo, una rivisitazione horror del genere “non aprite quella porta”, che si avvale però del fascino dell'ambientazione nella foresta tropicale e Rabid horror in quattro episodi di Erik Matti, presente anche con On the Job: the missing 8 visto a Venezia (MCMagazine 69), particolarmente interessante si è rivelata la sezione speciale intitolata Visions of Manila, un percorso monografico, che, attraverso cinque film, capolavori recenti e cult del passato, si proponeva di raccontare una delle megalopoli orientali più complesse e contraddittorie del mondo. Cinque film, cinque punti di vista diversi per rappresentare situazioni e realtà emblematiche di uno degli agglomerati urbani più mostruosi e nello stesso tempo affascinanti del mondo orientale. Dai quartieri a luci rosse di Manila by Night (1980) di Ishmael Bernal, alla Chinatown di Manila in the Clows of Light (1975) di Lino Brocka, alla violenta “guerra alla droga” di Duterte in Neomanila (2017) di Mikail Red, alla triste condizione degli immigrati dalle campagne in Metro Manila (2013) di Sean Ellis. Tra questi anche lo sconvolgente SLINGSHOT di Brillante Mendoza (2007). Il film, che è ambientato nel quartiere Quiapo, uno dei più sovrappopolati e marginali di Manila, durante la Settimana Santa, con la famosa “traslacion” del Nazareno Nero, segue i destini di quattro ragazzi impegnati a sopravvivere nel difficile periodo elettorale, quando la corruzione è ai massimi livelli, sia tra i politici che tra i criminali comuni di bassa lega. La macchina da presa di Mendoza si incolla letteralmente ai corpi seminudi, alle schiene sudate, ai piedi che calzano gli infradito di questi giovani, seguendone gli spostamenti, i gesti, le espressioni, i rapporti anche sessuali, senza mai lasciarli, trascinando così lo spettatore per ottantasei minuti all'interno di questo girone infernale, dove le figure dei protagonisti diventano un tutt'uno con la marea indistinta di corpi che percorre le strade del quartiere, ma riuscendo nel contempo a catturarne gli stati d'animo, senza disumanizzarli. Un ennesimo esempio di grande cinema di questo autore.




Grandi aspettative attendono gli appassionati in vista della prossima edizione (25°), che costituisce anche un importante anniversario.

Cristina Menegolli

 
 
 

in rete dal 28 giugno 2022

 
 

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