Gen_

Gianluca Matarrese

All’ospedale pubblico Niguarda di Milano, il dottor Maurizio Bini ha una missione non convenzionale: trasformare vite attraverso la fertilità e l’affermazione di genere. Bilanciando i sogni di aspiranti genitori con i percorsi di chi cerca di riconciliarsi con la propria identità di genere, crea uno spazio di accoglienza e autodeterminazione, dove l’umorismo spesso alleggerisce anche i momenti più difficili. In un contesto politico che mette alla prova l’etica medica, Bini sfida i vincoli imposti dalla società per offrire speranza, umanità e cura, facendo la differenza con competenza e cuore…

Francia/Italia/Svizzera 2025 (104′)
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   Mentre i governi italiani spogliano il SSN di risorse e varano leggi che limitano in modo brusco e rigido le libertà individuali nell’accesso ad alcune terapie, le persone cercano di realizzare i loro bisogni e i loro desideri rivolgendosi alle poche strutture in grado di aiutarle. Nello studio di Bini si siedono aspiranti madri e padri, persone che desiderano cambiare sesso o che semplicemente si stanno chiedendo se intraprendere un percorso di affermazione di genere e in che modo. Bini ascolta, consiglia, informa e combatte insieme a loro piccole battaglie quotidiane cercando di fare il meglio per tutti. Battaglie a volte dolorose, non sempre vinte, ma a volte in questa piccola isola felice nascono – o rinascono – nuove vite. Non manca mai, da parte di Bini, il sorriso al momento giusto, la battuta per sdrammatizzare. E nel tempo libero va a funghi nei boschi delle Prealpi Orobie. Con estrema delicatezza, il film coglie le conversazioni del dottor Bini e del suo staff con persone che stanno percorrendo un cammino per diventare genitori o per riconciliare il proprio corpo con la propria identità di genere. E, così facendo, si posiziona al centro di alcuni dei dibattiti più profondi e polarizzanti del nostro tempo. Ma lo fa con la forza gentile trasmessa da Maurizio Bini. Il medico deve affrontare i dilemmi etici e sociali inevitabilmente legati al suo lavoro e alle leggi vigenti, nonché le pressioni sempre più forti provenienti da un mercato sanitario desideroso di mercificare il corpo umano. Il film diviene un ritratto intimo del dottor Bini mentre si avvicina al termine della sua carriera, con la sedia nel suo ambulatorio che funge da finestra simbolica su storie umane di cura e trasformazione. Attraverso la sua pratica, riflette sullo scopo della medicina: non solo curare il corpo, ma affermare la dignità e il valore di ogni individuo.

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     …La lista di termini con il prefisso gen- svela – nei titoli di testa che squadernano sconfini – il glossario medico (genetica, geni, genotipo, genoma), il pedigree sanitario (genitali, genere), la questione sociale (genealogia, generazione, genitori, genitrice), il diaframma politico (gender, genocidio), l’orizzonte emotivo (gente, gentile, genesi, genetliaco) del film. Che trova nel quotidiano del dottor Maurizio Bini, responsabile della struttura Diagnosi e Terapia della Sterilità e Crioconservazione dell’ospedale Niguarda di Milano, l’occasione per inquadrare il privilegio – evidentemente non economico – di lavorare nel pubblico, di coltivare il sempre più raro esercizio dell’ascolto, di mettersi accanto ai percorsi di coloro messi ai margini dall’attuale maggioranza di governo. È lo stesso Bini a informarci del metodo operativo e, di riflesso, a indicarci una lente per interpretare ciò che vediamo. C’è un piano pratico, anzi esecutivo, che rivendica e ricorda il ruolo politico e la dimensione etica di un mestiere che incide sulle vite e quindi sulla società: “Lei ha avuto tre aborti – dice Bini a una paziente – ma da gennaio la legge italiana fissa a 46 anni il limite per la procedura (la procreazione medicalmente assistita, ndr). Noi ce ne freghiamo: i medici non sono dei legalisti, certe volte devono decidere su cosa è giusto e cosa è legale e in questo caso è ingiusto. Ci saranno conseguenze? Me le assumo io”

E poi c’è un piano più teorico, che si muove tra metafore e aforismi, passando da somiglianze impreviste (“I funghi sono come noi, devono incrociare una spora di un sesso diverso per fare figli”) a luoghi comuni da sovvertire (“Pecora nera? No, mosca bianca!” a un ragazzo impegnato in una transizione di genere) passando per piccole lezioni su grandi questioni (“Non stappiamo lo champagne al test di gravidanza, la felicità deve essere uguale alle dimensioni del bambino: deve andare adagio” ). E ce n’è un altro ancora, meno esposto ma che attraversa tutto il film, e che testimonia l’ineluttabile riflesso militante del lavoro: nella routine delle visite (che, come spiega lui stesso, in quel determinato settore è meno presente rispetto ad altre specializzazioni) e dei matching (a chi assegnare cosa in base ai fenotipi), Bini trova anche il tempo di mettersi al pc e contestare una decisione del governo (“Perché ospitiamo gli embrioni ucraini e non quelli di Gaza?…).

Scritto da Matarrese e Donatella Della Ratta, GEN_ è un magnifico trattato contro la pornografia dei sentimenti e il vizio di giudicare il prossimo, esaltato da un approccio dalla vocazione naturalmente umanista: se del dottore vediamo sempre il volto autorevole e rassicurante e sentiamo sempre la voce nitida e gioviale (negli esterni diventa un corpo in movimento, una figura che contempla il paesaggio, un paio di occhi nello specchietto dell’auto), è nella rappresentazione dei pazienti che Matarrese traccia la linea, concentrandosi sulle mani che non danno pace ai colli, alle voci che mutano per effetto delle terapie, alle nuche sfuggono i primi piani dei volti. Sono pezzi di realtà per catturare la complessità di un mondo che non può ridursi al sistema binario (nel parterre ci sono persone trans così come coppie etero infertili e l’anagrafe si rivela un ostacolo spesso più ostile della riaffermazione), per restituire anche a livello sociologico le contraddizioni e i paradossi di una specificità locale per raccontare al contempo qualcosa che riguarda altre democrazie occidentali. Ne viene fuori una ricca, sorprendente, appassionante commedia umana, la cronaca di quel che accade in uno spazio aperto dove si trasformano vite, si coltiva il desiderio di realizzare quel sogno che ti salva. E che, infine, rivela anche un lato addirittura struggente quando capiamo che il dottor Bini si sta preparando a cedere il testimone a una nuova generazione: il futuro come promessa, la speranza di una rigenerazione.

Lorenzo Ciofani – cinematografo.it

   Attraverso circostanze paradossali che sono un marchio di fabbrica della nostra epoca, il reparto unico di Bini si occupa sia di riproduzione assistita che di cure per l’affermazione del genere (…) Verso la fine della sua carriera, il dottor Bini, un uomo di sessant’anni in ottima forma, comprensivo, simpatico e straordinariamente erudito (riesce persino a conversare in mandarino), discute apertamente delle delicate questioni in gioco con i suoi pazienti e il suo staff (…) La sua visione e il suo approccio sono profondamente umanistici e ha un’eccellente padronanza della psicologia, oltre a un giocoso senso dell’umorismo. Molti pazienti che esplorano la loro identità di genere sono molto giovani e lui, con un sorriso gentile, dice ai gemelli adolescenti che il cambio di sesso a 16-17 anni è “il prodotto più venduto”. Mentre un giovane trans lotta per trattenere le lacrime, il medico ironizza sul fatto che ora è di moda che gli uomini piangano. Durante una conversazione telefonica, si chiede perché gli embrioni ucraini vengono regolarmente conservati negli ospedali europei, ma nessuno parla di quelli di Gaza.

Vengono toccate altre complesse questioni etiche e psicologiche, culturalmente specifiche, e, oltre a queste sezioni principali focalizzate sul suo lavoro in ospedale, vediamo il medico raccogliere funghi nei boschi della Lombardia, sequenze che aggiungono un altro strato curioso alla storia. Queste brevi e tranquille scene sono accompagnate dalla colonna sonora jazz e giocosa di Cantautoma, collaboratore abituale di Matarrese, che rispecchia lo spirito vivace del protagonista. In una scena surreale ma psicologicamente azzeccata, un violista della Scala suona per gli embrioni congelati: Il dottor Bini ha preso spunto dagli studi sul comportamento animale che dimostrano che le mucche danno più latte quando sono esposte alla musica di Bach. Matarrese ha creato un film stimolante e profondamente umanistico perché sono proprio queste le qualità del suo protagonista.

Vladan Petkovic – cineuropa.org

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