Il seme del fico sacro

Mohammad Rasoulof

Iman ha appena ottenuto l’ambita promozione a giudice istruttore presso il Tribunale rivoluzionario di Teheran quando un’ondata di proteste popolari inizia a scuotere il Paese. A casa, le sue due figlie Rezvan e Sana, studentesse, sono forti sostenitrici delle proteste, mentre la moglie Najmeh cerca di conciliare gli schieramenti. Quando la sua arma di servizio scompare misteriosamente, la paranoia s’impadronisce di Iman, che comincia a imporre restrizioni sempre più drastiche agli abitanti della casa…

Dâne-ye anjîr-e ma’âbed / The Seed of the Sacred
Iran/Germania/Francia 2024 (168′)
CANNES 77° – Premio della giuria
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     Quattro anni dopo Il male non esiste, vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino, Mohammad Rasoulof torna dietro la macchina da presa per un’opera ancora più intensa e brutale, capace di denunciare non soltanto il regime iraniano e i suoi metodi per privare i cittadini della libertà, ma anche la struttura famigliare e il patriarcato. È un potente film sul tema della paranoia, Il seme del fico sacro, pellicola che si apre raccontando proprio le motivazioni che stanno dietro a questo titolo e che si conclude con immagini riprese dal cellulare, capaci di aprire degli spiragli positivi all’interno del contesto estremamente cupo che ha raccontato. I video dei telefonini, incentrati sul mostrare le violenze su cui mente la televisione, sono parte fondamentale di una panoramica che Rasoulof fa (anche) sui media contemporanei all’interno di una sceneggiatura che mette tantissima carne al fuoco, pur riuscendo a mantenere alta l’attenzione per tutti i suoi quasi 170 minuti di durata. Nell’ultima ora c’è forse qualche ripetizione di troppo, ma la rappresentazione di un padre paranoico che crea una prigione domestica per la moglie e le figlie colpisce nel segno, così come tutto questo lungometraggio che scuote e fa riflettere. Scritto con grande cura, tanto nei dialoghi quanto nella costruzione dei personaggi principali, il film ha anche il grande valore aggiunto di avere un cast straordinario, in cui tutti recitano in maniera intensa per portare avanti i fondamentali messaggio che il film vuole trasmettere. Da segnalare che Rasoulof, dopo aver realizzato questo lungometraggio, è fuggito dall’Iran in seguito alla condanna a otto anni per “collusione contro la sicurezza nazionale” e ha potuto presentare il film al Festival di Cannes.

longtake.it

   Un implacabile thriller etico e politico dove lo scontro generazionale segna uno strappo non più ricucibile, il punto di non ritorno di uno Stato destinato a implodere, così come l’istituzione famiglia, metafora della profondissima crisi e degli scontri che divampano fuori dalle quattro mura in cui è rinchiusa a chiave. C’è il primo piano dell’orrore e il dramma di un potere al di sotto di ogni sospetto nel Seme del fico sacro (l’albero soffoca e porta alla morte quelli vicini), che, nell’Iran delle proteste studentesche represse nel sangue e di “Donna, vita e libertà”, mette in scena la tragedia di un uomo ridicolo, neo promosso giudice istruttore che un giorno scopre che la sua pistola d’ordinanza è sparita: chi può averla presa? I sospetti inevitabilmente cadono sulle figlie e sulla moglie… La responsabilità, la colpa, il gioco perverso della verità e della menzogna: aggirata la censura (uno scherzetto che gli è costato l’esilio), Rasoulof guarda dentro l’abisso della paranoia riuscendo attraverso un classico espediente di genere (lo smarrimento di un’arma) a mostrare in modo lucido e spietato la disgregazione di un uomo e di un Paese che si sono spinti troppo oltre per essere salvati (…) lo sguardo del figlio – l’autore – verso il padre – il suo Paese – ha dentro lo sgomento di chi non ha più voce per perdonare.

Difiliberto Molossi – rollingstone.it

   Il film presenta lo scarto fra la propaganda ufficiale del regime, trasmessa e diffusa dai canali televisivi, e le riprese tramite videocamera delle proteste effettuate dagli stessi partecipanti a queste ultime, poi rese virali attraverso la diffusione nei social network. Questo scarto viene sia presentato nel linguaggio filmico, sia tematizzato nel racconto: in quest’ultimo caso assume la forma del conflitto generazionale, dato che i genitori si fidano della versione offerta dalla tv, mentre le figlie credono a ciò che guardano sul proprio telefonino. Al contempo, le riprese tratte dai social vengono montate nel film: si tratta di video degli sconti registrate dal cellulare, testimoniate dal formato verticale dell’inquadratura e dalla concitazione delle scene, frutto di riprese realizzate durante la partecipazione alle proteste. Queste scene diventano sempre più macabre man mano che la trama procede: mostrano violenze di ogni genere sui partecipanti ad opera dell’esercito e della polizia e culminano con un uomo in divisa che spara verso la telecamera di un cellulare. In particolare, quest’ultima scena simboleggia non solo la crudeltà di un regime che pratica impunemente la violenza, ma anche l’irruzione della realtà cruenta, dell’esterno, nell’ambito familiare: dopo questa piccola scena, infatti, il comportamento del padre si farà sempre più disumano e violento, finendo con l’applicare alle figlie e alla moglie le pratiche riservate ai dissidenti politici. I rapporti familiari giungono così a un punto di non ritorno rompendosi e venendo sostituiti da dinamiche più simili a quelle che si troverebbero in un carcere: vige un’atmosfera di sospetto e di controllo, culminante con la lotta di tutti contro tutti.

Francesco Cianciarelli – ondacinema.it
 

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