Il diario di Anna Frank

George Stevens

Durante la seconda guerra mondiale, due famiglie ebree rimangono nascoste in una soffitta, ad Amsterdam, per due anni. Anna, figlia adolescente di Otto Frank – che sarà l’unico a sopravvivere alla guerra – scrive ogni giorno la cronaca di quella prigionia arricchendola con pagine di poesia.

The Diary of Anna Frank
USA 1959 (156′)
3 OSCAR: attrice non protagonista, fotografia, scenografia


Nel 1945 Otto Frank, un ebreo che è sopravvissuto al campo di concentramento nazista, ritorna ad Amsterdam, nella casa dove rimase nascosto, insieme alla sua famiglia, per due anni. Qui ritrova il diario scritto da sua figlia Anna, e i ricordi di quel periodo si riaffacciano alla sua mente. Nell’estate del 1942 Otto Frank, per sottrarsi alla persecuzione razziale, si nascose in una soffitta con la moglie e le sue due figlie, Margot ed Anna. Ad essi si unirono i coniugi Van Daan, anch’essi ebrei, col figlio Peter. Per le due famiglie inizia così una vita fatta di terrore e di stenti, rallegrata solo dalle visite quotidiane di Kraler e Miep Gies, i due amici che li hanno nascosti. Anna osserva tutto quello che succede intorno a lei e confida al suo diario ogni suo pensiero: ella ha trovato in Peter un amico sincero e comprensivo. Intanto lo sbarco degli alleati in Normandia ravviva le speranze dei reclusi; ma la visita notturna di un ladro determina il loro destino. Il ladro viene arrestato dalla “Gestapo”, alla quale, per essere lasciato libero, rivela il nascondiglio degli ebrei. Quando i soldati tedeschi fanno irruzione nella soffitta, trovano gli ebrei pronti a seguirli: non c’è piu’ spavento in loro, sono animati da una grande speranza. Prima di lasciare per sempre il suo diario Anna gli confida ancora una volta il suo intimo pensiero: malgrado tutto, ella crede ancora nella fondamentale bontà degli uomini. Anna morirà otto mesi più tardi nel campo di concentramento.

Adattamento dalla commedia di Frances Goodrich e Alberi Hackett, tratta dal celebre Diario di una ragazza ebrea (Perkins), che nel 1942 cercò invano scampo nell’Olanda invasa dai nazisti. La Winters, col personaggio tragicomico della signora Van Daan, eternamente spaventata dai nazisti, vinse un Oscar come miglior attrice non protagonista (così come il film vinse il premio per la fotografia (William C. Mellor)e la scenografia (Lyle R. Wheeler, George W. Davis, Walter M. Scott, Stuart A. Reiss). Millie Perkins, invece, venne giudicata inadeguata e non sfondò mai a Hollyw6od. Stevens – che come operatore dell’esercito americano aveva filmato uno dei documentari più sconvolgenti, quello della liberazione di Dachau – dirige con nobili intenzioni e con la cura consueta (e riesce a tenere sempre alta la tensione pur non uscendo mai, per quasi tre ore, da un appartamento).

Il Mereghetti-Dizionario dei film

Anna Frank è da sempre uno dei simboli della Shoah. La sua infanzia piegata dall’odio razzista della Germania hitleriana e da quell’aberrazione rappresentata dalle Leggi di Norimberga, promulgate nel 1935 per sancire la definitiva discriminazione razziale nei confronti degli ebrei già vessati dalle squadre naziste dagli anni Venti, è una delle immagini forti di un’umanità alla deriva, vittima del livore e della volontà di potenza che contraddistinsero gli anni della seconda guerra mondiale. La tragica fine di Anna tratteggia anche, e in modo molto più amaro, l’impossibilità per la fanciullezza di diventare veicolo di una possibile rinascita dopo lo scempio e le brutture dell’antisemitismo. Anna si trasforma quindi nella martire innocente di un disprezzo generalizzato, basato su deliranti pretese di superiorità razziale. Ma, ancor prima del martirio, le viene sottratta la vitalità che dovrebbe contraddistinguere una ragazzina di tredici anni: chiusa in una soffitta in cui bisogna evitare qualsiasi rumore durante la giornata, privata anche dell’affettuosa compagnia di un gatto, la vita della fanciulla, così come quella della sorella Margot poco più grande di lei, e del sedicenne Peter – oltre a quelle, naturalmente, delle rispettive famiglie e del dottor Dassell -, è un rintanarsi illusorio nella speranza che l’odio termini e che gli alleati americani giungano nel cuore dell’Europa prima che in quella angusta soffitta arrivino i nazisti.

Anna è costretta a dividere la propria intimità, i sogni, le aspirazioni e i leciti brividi passionali con altre sette persone in un luogo di pochi metri quadrati: la sua formazione, le sue stesse possibilità di crescita si incontrano e, molto più spesso, si scontrano con le esigenze degli altri coinquilini coatti, i quali sono condizionati sempre di più, a mano a mano che il tempo trascorre e allontana l’ipotesi di una liberazione, da umori, timori e fobie di un’imminente fine. La crescita di Anna, di conseguenza, appare frustrata, priva com’è di una possibilità legittima e coerente di sviluppo: la sua amica del cuore (è il dottor Dassell a comunicarlo) è stata deportata, il confronto con persone di età differente la conduce a piccoli grandi conflitti (i litigi per l’utilizzo degli spazi comuni con il dottor Dassell, l’incidente della pelliccia macchiata della signora Van Daan), l’affetto della famiglia è suscettibile di trasformarsi in apprensione data la scarsa disponibilità di superfici in cui far emergere la propria individualità. L’illusione di Anna tende allora a sconfinare oltre la disagevole soffitta, oltre il lucernario infranto dai bombardamenti alleati, in mezzo a quelle nuvole candide che può solo osservare da un nascondiglio e non apprezzare nella pienezza delle sensazioni e delle emozioni. E così anche l’amore sbocciato per Peter – dopo quasi tre anni di coabitazione forzata – assume i connotati dell’ultimo momento illusorio prima della tragica fine, dell’esperienza necessaria per completare la propria sensibile formazione prima di dire addio definitivamente alla vita. I nazisti arrivano e gli abitanti della soffitta fanno quello che li ha caratterizzati per tre lunghi e deprimenti anni: attendere.

Giampiero Frasca – AIACE Torino

 

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