È stata la mano di Dio

Paolo Sorrentino

Napoli, anni Ottanta. Fabietto è un ragazzo come tanti, che lotta per trovare il suo posto nel mondo. La sua vita verrà sconvolta da un paio di eventi che cambieranno tutto: uno è l’arrivo a Napoli di Maradona, che suscita nell’intera città un orgoglio che un tempo sembrava impossibile; l’altro un drammatico incidente che farà toccare a Fabietto il fondo, indicandogli la strada per il suo futuro.

Italia 2021 (130′)

 VENEZIA – Esattamente venti anni dopo il suo brillante esordio veneziano (L’uomo in più, correva il 2001!), Paolo Sorrentino presenta in concorso al festival E stata la mano di Dio, certo il suo film più intimo e sincero da molti anni a questa parte. Pagato lo scotto allo spirito del tempo, la serialità produttiva internazionale e domestica dei due Papi e dei due Loro (film che d’altra parte solo l’autore de Il divo poteva tentare di fare), torna ad una dimensione più personale, quasi autobiografica, e alla ambientazione napoletana.

   E il risultato è un film straordinario, che sarà ricordato come un punto di ripartenza della sua carriera.
Il titolo si presta ad una doppia lettura; da una parte il famoso goal segnato con la mano da Maradona ai mondiali dell’ ottantasei in Inghilterra, dall’altra il fatto che proprio per recarsi allo stadio a vedere il suo idolo, il protagonista (alter ego dello stesso Sorrentino) non accompagnerà i genitori nel weekend a Roccaraso destinato a concludersi tragicamente.
Siamo a Napoli, inizio anni ‘80. Fabio, Fabietto per gli amorevoli genitori Maria e Saverio (Teresa Saponangelo e Tony Servillo), esponenti della buona borghesia napoletana, è uno studente svogliato diciassettenne, incerto su cosa fare di sé; ancora vergine, è dominato da due sole passioni: la bellissima ma mentalmente instabile zia Patrizia (Luisa Ranieri) e, appunto, il giocatore argentino che, in procinto di trasferirsi al Napoli, è visto come un Messia, destinato a sollevare la squadra (e la città) da una lunga e umiliante decadenza .

Ha un fratello, aspirante attore, e un sorella più grande, sempre chiusa in bagno. Dopo un breve inizio nella più classica iconografia sorrentiniana (San Gennaro in Rolls Royce, il “monacello” baciato dalla zia), il regista lascia alfine da parte i fellinismi esasperati che da Youth in poi gli avevano un po’ alienato le simpatie del pubblico, (sembra centri l’assenza dello storico co-sceneggiatore Contarello) per abbandonarsi, ricorrendo ai suoi ricordi di infanzia, ad un piacevolissimo caleidoscopio di situazioni familiari e ambientali partenopee degne di Eduardo.
Ed eccola la corsa in motorino (rigorosamente senza casco) della famiglia Schisa, le visite ai parenti, gli scherzi al telefono, le allegre tavolate domenicali all’aperto coi vasi di pummarolla, le uscite in barca con il bagno in mare (c’è giustamente tanto mare in questo film!). Non mancano le figure grottesche (la zia sempre in pelliccia anche d’estate, l’orso ballerino, la baronessa ultra-settantenne vicina di casa che si incarica di far perdere la verginità al ragazzo, forse l’unica scena del film di gusto discutibile), ma il parallelo con Fellini è in questo film molto più profondo e sostanziale.

Si perché in questo ritorno a Napoli, alle radici della sua ispirazione e della sua arte è evidente la somiglianza (voluta o no) col ritorno a Rimini di Federico nei Vitelloni o in Amarcord, e anche la figura del protagonista, incerto su che fare della propria vita, ha evidenti affinità col Guido Anselmi di 8 ½.
Ad un certo punto, nella quieta banale esistenza di Fabio è entrata la tragedia, la morte assurda di entrambi i genitori per una fuga di gas. È smarrito, pieno di dolore e di rabbia, incapace di elaborare il lutto “non me li hanno neanche fatti vedere“, ripete. Solo spiraglio di luce, la vaga confusa idea di dedicarsi al cinema trasferendosi a Roma. Ed ecco venirgli in aiuto un personaggio forse poco conosciuto fuori da Napoli, ma che deve avere avuto un grande importanza nei primi passi del giovane Sorrentino: quell’Antonio Capuano, sceneggiatore e regista col quale il Nostro aveva collaborato nel film Polvere di Napoli del 1998. È lui, in una lunga, inquietante scena notturna sulla riva di un mare in tempesta, a raccogliere i dubbi e le aspirazioni di Fabio e a indicargli la strada. Ci sono frasi ,scambi di battute memorabili. “Per prima cosa ci vuole coraggio, come per avvicinarsi alle belle donne“ e soprattutto “A tieni na cosa da raccunta’? E dimmela!”.Fabio-Paolo tace (ma adesso sappiamo che ce l’aveva e come!)


Sincero, ispirato, sempre controllato, E stata la mano di Dio avrebbe forse meritato il Leone, ma ha dovuto accontentarsi del Premio speciale della giuria e del premio Mastroianni giustamente andato al giovane interprete Fabrizio Scotti. Nell’ultima sequenza del film,(e anche qui,come non pensare alla partenza di Moraldo nel finale dei Vitelloni?) sul treno che lo porta a Roma, Fabio-Sorrentino ascolta in cuffia Napul’e di Pino Daniele. Il cerchio si chiude.. applausi!

Giovanni Martini – MCmagazine 69

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