No. 7 Cherry Lane

Yonfan


Animazione
Hong Kong 2019 (125′)
VE 76° – miglior sceneggiatura

 VENEZIA – Ha un carattere profondamente intimo e autobiografico l’ultimo lavoro del regista hongkonghese Yonfan, premiato per la miglior sceneggiatura a Venezia 76, e per questo non nasconde il suo carico di perturbanti contraddizioni, riuscendo al contempo a raccontare come la memoria possa mettere in discussione la realtà e l’attuale, oltre che il passato. 

   No. 7 Cherry Lane, (in realtà Kai Yuen Street, posta su un lato collinare di quella Little Shangai in cui molti di coloro che arrivavano a Hong Kong si stabilivano) è dove vive Meiling, scappata dal regime del Terrore Bianco di Taiwan, con sua figlia Yu. Ziming è invece un affascinante e moderno studente di letteratura inglese che viene chiamato dalla donna per dare ripetizioni private alla figlia. Sullo sfondo delle rivolte comuniste contro il governo britannico, tra scambi intellettuali, desideri soffocati, digressioni della memoria e sogni passionali, prende vita il loro triangolo amoroso. È un luogo, quello del ricordo, in cui mutano i ritmi e la percezione del tempo insieme a quella del significato degli eventi, dove talvolta si destrutturano anche i punti di vista di una soggettiva, e Cherry Lane è una porta per accedervi e comprenderne l’inafferrabile vastità. Non pare quindi inappropriata, benchè insolita, la scelta dell’animazione come strumento narrativo, capace di amplificare il carattere evanescente e al contempo ancora deflagrante della memoria. C’è, del resto, nel flusso di ricordi tutta la confusione di una cronologia impossibile da ricostruire con precisione, la malinconia per qualcosa di lontano (e perduto), ma anche il tepore e il conforto offerto dalla possibilità di (ri)scrittura del tempo.


Attraverso la particolare (anche se non sempre riuscitissima) lavorazione dei disegni in 2D e la tridimensionalità dei dettagli resi dai tratti a pastello sulle texture che definiscono la metamorfosi architettonica della città, Yonfan dissemina con cristallina ironia e contagiosa nostalgia la Hong Kong del 1967 della propria giovventù di suggestioni artistiche, di animaletti pruriginosi, vi serpeggiano figure intruse forse prive di importanza, mentre irrompono rivolte, sogni, pulsioni e dettagli onirici. Ed è è tutto altrettanto complementare a un tempo filmico dilatato senza misura: ogni elemento, ogni soluzione stilistica, in questo strano e affascinante, spesso straniante, esperimento filmico è inverosimilmente rallentato e al contempo sfuggente, divertito e malinconico, realistico e surreale. Ma se il continuo richiamo a Proust, accompagnato dalle molte sequenze ambientate in una sala cinemaografica, racchiudono tutto lo spessore e il romanticismo degli intenti dell’autore, l’impianto melodrammatico – come spesso in altri suoi film – qui cadenzato dalla voce fuoricampo e da un apparato musicale sovrabbondante e eccessivamente sdolcinato rischia di farsi, nella ripetizione, ridondante e prolisso.

Ma la personale ricerca del tempo perduto per Yonfan “È la mia lettera d’amore a Hong Kong e al cinema” (ha affermato lo stesso regista alla presentazione del film), che va inevitabilmente dal dettagio autobiografico al disegno storiografico, suggrendo infine l’eco quasi speculare del presente. Quindi anche la mancanza di una misura ne fa evidentemente parte e, abbandonata la voce narrante ormai definitivamente abusata nella parte centrale, il film si anima in un finale che recupera tutta l’intensità delle sue intenzioni: i destini culturali e politici dell’ormai ex colonia britannica si ricongiungono con la bellezza eterna di ciò che è stato e non sarà più.

Valentina Torresan – MCmagazine 52

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