New York, inizio anni Sessanta. Un giovane musicista arriva dal Minnesota a New York per andare al capezzale del suo idolo Woody Guthrie: da lì inizierà la sua rapida ascesa nella scena folk della Grande Mela e il suo nome diventerà presto celebre nell’ambiente musicale. Grazie all’inconfondibile fascino delle sue canzoni, la sua popolarità travalica presto i confini del Nord America regalandogli un successo mondiale. Uno straordinario percorso artistico che culminerà con la rivoluzionaria esibizione rock and roll al Newport Folk Festival nel 1965.
USA 2024 (141′)


Confessiamolo tutti, dylaniani e dylaniati: eravamo prevenuti su A Complete Unknown, e l’idea che un giovane divo dalla faccetta cucciolosa – Timothée Chalamet – potesse interpretare il Bob Dylan dei primi anni ’60, e cantarne le canzoni, ci terrorizzava. Invece il film c’è e Chalamet è bravo, ha fatto un lavoro di mimesi sul vero Dylan impressionante, dev’esserselo studiato per mille notti insonni. Notevoli pure le performance (anche canore) di Ed Norton/Pete Seeger, di Monica Barbaro/Joan Baez e di Boyd Holbrook/Johnny Cash. Scott McNairy fa Woody Guthrie, ma non parla e non canta mai. Elle Fanning è la fidanzatina Sylvie, e qui ci vorrà un capitolo a parte. Ci arriviamo. La domanda per i non dylaniati è un’altra: perché il 1965, con la svolta elettrica e la “scandalosa” esibizione al Newport Folk Festival, è così importante da scomodarsi a farci un film? I fatti: divenuto un’icona del folk e del movimento per i diritti civili con brani come Blowin’ in the Wind, all’inizio del 1965 Dylan deraglia. Il 15 gennaio registra un disco già in buona parte elettrico, Bringing it all back home, ma per l’estate ha in serbo un colpo da ko: un nuovo lp, Highway 61 revisited; un gruppo di blues-rock in cui spicca il funambolico chitarrista Mike Bloomfield; e il ritorno a Newport, il festival folk diretto da Seeger che è il paradiso della protesta civile. L’anno prima, nel ’64, a Newport Dylan ha spaccato. La ricostruzione del momento in cui The times they are-a-changin’ diventa un inno, con il pubblico che la canta fin dalla prima volta che la sente, emoziona come l’Internazionale in Reds di Warren Beatty. Brividi. Ma nel ’65 Dylan arriva a Newport con un gruppo di rockettari e nonostante le preghiere di Seeger, parte con una Maggie’s farm elettrica che è anch’essa un manifesto politico: “I ain’t gonna work in Maggie’s farm no more”, non voglio più lavorare nella fattoria di Maggie, come dire: non voglio essere un portavoce del movimento, non voglio fare politica, voglio fare musica. Scoppiò un putiferio. Metà pubblico urlò al tradimento e l’altra metà si mise a ballare. Il film di James Mangold ricostruisce con grande scrupolo gli eventi, ma non ne approfondisce il significato epocale e politico. Lì, al Greenwich Village e a Newport, c’era una scena folk ristretta ma combattiva che sognava la rivoluzione. Dylan divenne senza volerlo il suo alfiere, e le diede una visibilità mondiale che prima non aveva. Ma si stufò subito – e questo il film lo descrive bene. Era spaventato dal successo, voleva suonare rock’n’roll, scrivere testi che decenni dopo l’avrebbero portato al Nobel e non lanciare messaggi. La sua era una fuga nel “privato”, e per molti fu un tradimento.
Nel frattempo Kennedy era morto, l’ombra di Nixon si stagliava all’orizzonte, infuriava il Vietnam… e Dylan voleva essere “a complete unknown”, un perfetto sconosciuto: è un verso di Like a Rolling Stone, la canzone più importante nella storia del rock. Il film, va detto, è per iniziati. O almeno per appassionati. I quali capiscono subito che il personaggio di Sylvie è una concessione all’immaginario hollywoodiano, la storia d’amore – e di “triangolo” con Joan Baez – che serve a far andare avanti la trama. Sylvie in realtà si chiamava Suze Rotolo, era una militante comunista e lasciò Bob ben prima di Newport e del ’65. Nel film il loro amore è toccante, ma è inventato. Del resto Dylan ha sempre romanzato se stesso. E rimarrà a complete unknown per sempre.
Alberto Crespi – repubblica.it
Un film biografico, anche se limitato a cinque anni della sua vita? Teoricamente sì, ma in realtà nì, perché se il film di James Mangold ripercorre gli inizi della carriera di Dylan, dalla visita in ospedale nel 1961 a Woody Guthrie, dove conosce Pete Seeger, fino al festival di Newport del 1965, dove stupì tutti suonando tre brani con una chitarra elettrica decisamente rock e non con quella acustica (innescando un’esplosione di accuse da parte del pubblico che in realtà avvenne un anno dopo), è anche vero che chi non conosce a menadito la carriera del menestrello di Duluth resterà ancora con molte curiosità e con tante domande senza risposta. Ma in fondo, già dal titolo, A Complete Unknown, Un perfetto sconosciuto, il film non promette rivelazioni o colpi di scena su un personaggio famoso anche per la sua scorbutica riservatezza. E questa scelta, alla fine, si rivela una qualità.
Nella prime scene lo vediamo già con la chitarra. Il film non ci dice niente della sua famiglia, di come la musica è entrata nella sua vita: Dylan (Timothée Chalamet) è arrivato a New York per conoscere Guthrie (Scoot McNairy) e quando finalmente lo trova in un ospedale del New Jersey, colpito da un morbo neurodegenerativo che gli blocca i movimenti e la parola, il giovane ventenne gli fa comunque sentire una sua composizione, che il malandato folk-singer apprezza come può, ma che soprattutto accende la curiosità di Seeger (Edward Norton). Sarà grazie a lui che Dylan, all’inizio Bobby per gli amici, potrà esibirsi le prime volte nei locali folk e poi sbarcare al festival di Newport. Intanto ha conosciuto Sylvie (Elle Fanning), che nella sceneggiatura del regista e di Jay Coks (dal libro di Elijan Wald «Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica», in Italia pubblicato da Vallardi) non ha il nome della sua prima fidanzata Suze Rotolo – pare per ragioni di privacy – ma che di fatto è lei. Anche qui, comunque, il film evita qualsiasi scivolata voyeuristica: non si vede nemmeno un bacio. E non si vedrà neppure quando, qualche tempo dopo, sarà Joan Baez (Monica Barbaro) a far breccia nel suo cuore.
Evidente allora la chiave del film: piuttosto che cercare di ipotizzare quello che Dylan non ha mai voluto raccontare o spiegare, tanto vale ignorarlo. I «buchi neri» del film sono molti, o meglio: sono molti i salti di una narrazione che non cerca di spiegare ma piuttosto di ricordare alcuni momenti importanti. A cominciare dalle canzoni, che iniziano con Song to Woody per continuare poi, tra le altre, con Blowin’ in the Wind, Masters of War, The Times They Are a-Changin’ e la celeberrima Like a Rolling Stone. Cantate da Dylan in playback? No, tutte eseguite da uno straordinario Chalamet, capace di farci dimenticare che è una star di Hollywood che sta cantando, tanto le sue esecuzioni sono perfette per intonazione, timbro e mimica. È la più notevole tra le qualità del film, che dovrebbe far guadagnare all’attore almeno una nomination all’Oscar: questo Chalamet nei panni di Dylan rasenta la perfezione, fisicamente (che non era molto difficile) e musicalmente. Anzi, il fatto che altri snodi della sua vita siano stati lasciati senza spiegazione, finisce per aumentare ancora di più la forza dell’interpretazione vocale, quasi che l’indeterminazione cronologica, con i suoi salti tra il 1961 e il ’65, non facesse che moltiplicare il fascino di quella voce perfetta. Certo, i puristi delle cronologie ricorderanno che la famosa accusa di essere un «giuda» che stava tradendo il folk per il rock, gli fu rivolta a Manchester, durante il tour europeo del 1966, ma l’idea di anticipare tutto alla sua ultima esibizione a Newport, «costringendolo» in qualche modo a misurare la sua evoluzione musicale con chi sembra non volersi allontanare dal passato, come Seeger e Joan Baez , o chi invece lo incita a cambiare, come Johnny Cash (Boyd Holbrook) finisce per dare a quella svolta elettrica il senso di una vera rivoluzione. Che l’ultima scena, con Dylan che in motocicletta esce dal campo visivo, apre a un futuro che lo porterà fino al premio Nobel.
Paolo Mereghetti – corriere.it